Bergoglio è ratzingeriano

Questo articolo non parla di Papa Francesco. Bisognerebbe saperne una più del diavolo sul discernimento e la coscienza, sulla povertà, sui sinodi e il magistero, sull’estetica del bagaglio a mano. Questo articolo non parla di Papa Francesco, se non altro perché inizia qualche secolo prima. E’ stato Agostino nella “Città di Dio”, di fronte al Sacco di Roma del 410 e alle accuse dei pagani – ma come, abbiamo pregato il vostro Dio, e questo è il risultato? – a fissare il punto decisivo: nessuna città terrena potrà mai essere la realizzazione della Città di Dio. Due amori differenti le convocano, l’amore di sé e dei beni materiali raduna i cittadini nella Civitas terrena, la Grazia raduna gli uomini in quella di Dio. Ma le due città non sono sovrapponibili, né divisibili con un colpo di spada o di legge, fino alla fine vivranno “permixtae”, mescolate, inseparabili. Così, dice Agostino, anche la legge civile, che pure deve ispirarsi a quella divina, non deve necessariamente coincidere con essa. E’ lo “status naturae lapsae” dell’uomo a impedire ogni teologia politica: la Civitas Dei è frutto della Grazia, ma Dio concede di prosperare anche all’altra, per quanto imperfetta. E la Città di Dio lascia spazio a tutti, a tutte le fedi.
Questo articolo parla della critica della teologia politica. Se si vuole, un passo indietro rispetto alla rissa verbale ed ecclesiale su quale sia il posto della chiesa nello spazio pubblico, e cosa sia negoziabile oppure no: il vero contenuto della teologia politica oggi che, almeno sul fronte occidentale, la questione non è più il Dio delle armi né manco, da un pezzo, il certificato d’esistenza in vita dei partiti cattolici. Il tema sono le condizioni entro cui la chiesa può e deve dire la sua nel dibattito pubblico, nel campo delle leggi che fissano la convivenza. Lo fa partendo da un bel libro di indubbio interesse, per il contenuto e soprattutto per la prospettiva che traccia – e per il suo necessario precipitare in media res. Si intitola “Critica della teologia politica. Da Agostino a Peterson: la fine dell’era costantiniana” (Marietti 1820, 350 pp., 28 euro). L’autore è Massimo Borghesi, professore di Filosofia morale all’Università di Perugia, già autore di un altro saggio di spessore, su temi limitrofi, “Del Noce e la legittimazione critica del moderno” (ne scrisse Tommaso Ricci sul Foglio del 26 agosto 2011). Trattasi di libro accademico, fitto di note, impegnativo. Non proprio come leggere don Camillo. Per non perdersi, serve un’inquadratura minima.
Borghesi parte dai Padri della chiesa, chiarendo come fino a Costantino sia unanime il giudizio in tema di libertà religiosa (“Dio ci ha insegnato a conoscerlo, e non costretto… se si usasse la violenza per istituire la vera fede, la dottrina episcopale vi si opporrebbe”, Ilario di Poitiers). Poi spiega come le cose cambino in epoca teodosiana – è l’editto di Tessalonica del 380 a negare una libertà religiosa, per gli altri, che invece quel “modello di libertà religiosa” che è l’editto di Milano, di cui si celebrano ora i 1.700 anni, aveva mirabilmente sancito per tutti. Poi le posizioni mutano, prevale la teologia politica romano-cristiana di Eusebio di Cesarea. Persino Agostino si convince dell’utilità della forza dello stato nella difesa della religione, approvando il pugno duro contro gli eretici donatisti. E’ questo Agostino corretto da Eusebio che diventa poi canone nella filosofia medievale, delle due Città “permixtae” e conviventi si perde un po’ traccia, e si arriva così alla soglia dell’epoca moderna.
Ma Agostino non è solo questo. Dopo il Sacco di Roma il vescovo di Ippona elabora la sua grande visione escatologica, straordinariamente moderna. E quando, finita da un pezzo l’epoca della potestas terrena della chiesa, il pensiero teologico si divide, una sua corrente cruciale cercherà di rianimare l’idea del Sacrum imperium, in una sua versione secolarizzata. All’incrocio di tutti i discorsi c’è ovviamente colui che conia in epoca moderna l’espressione “teologia politica”, Carl Schmitt. Un tuffo nella filosofia tedesca di inizio Novecento, che non vive nell’iperuranio ma nella realtà di una crisi politica immane, che genera nostalgia per un’unità imperiale perduta, e che pervade anche la teologia (tanto cattolica quanto protestante) di dubbi sulla democrazia e del richiamo autoritario al ruolo della religione. E’ il pensiero di Schmitt, ma non solo. E’ il pensiero di un medievalismo caro ad autori che hanno influenzato la chiesa tedesca, come Alois Dempf, portandolo a esiti discutibili.
Che ruolo ha il cristianesimo nella polis post cristiana? La domanda non è da poco, se anziché da nostalgie passatiste, o da fughe in avanti utopiste, si parte dalla concretezza della storia. Come Péguy, che già all’inizio del Novecento vedeva con chiarezza “la prima generazione senza Cristo dopo Cristo”, la fine compiuta della cristianitas. Potrà tornare il sacrum imperium attraverso una nuova strategia politica? E che rapporto avrà con la libertà di tutti?
Ed è ancora una volta l’Agostino liberale quello che Ratzinger ha rilanciato. Come elogio dell’imperfettismo politico dentro il confronto fra le due Città. La Città terrena con il suo amore, determinato ora da un connubio di techné e nichilismo, “Comte ritornato dopo Marx”, come profetizzava Augusto del Noce già quarant’anni fa. E la città di Dio, convocata ora come sempre da Dio, e non da un contesto socio-politico favorevole.
Questo articolo non ha parlato di Papa Francesco. Almeno fin qui. Ma è impossibile non notare alcune cose. Col nuovo Papa si è scatenata una sindrome della discontinuità che affascina qualcuno, e preoccupa altri. Elementi di discontinuità senz’altro ci sono. Ma non sulla critica di ogni teologia politica, qui c’è invece un’affinità evidente, che passa proprio da Agostino, come ha sottolineato Borghesi. Agostino che in modo significativo, come notava lo storico del Cristianesimo Giovanni Filoramo, Bergoglio ha citato come “santo preferito”, prima di Ignazio e dello stesso Francesco, nell’intervista con Scalfari. E’ l’Agostino delle “Confessioni”, certo, ma anche quello che “ha cambiato più volte posizione dottrinaria”. Ed è l’Agostino della grazia e della Città di Dio, delle due città “permixtae”. “Chi non è toccato dalla grazia può essere una persona senza macchia e senza paura come si dice, ma non sarà mai come una persona che la grazia ha toccato. Questa è l’intuizione di Agostino”, diceva a Eugenio Scalfari. E lui: lei si sente toccato dalla grazia? “Questo non può saperlo nessuno. La grazia non fa parte della coscienza, è la quantità di luce che abbiamo nell’anima, non di sapienza né di ragione”.
C’è grande spavento, in alcuni, per un Papa che dice che non bisogna parlare in continuazione di valori e dottrina. Che non ritiene compito della chiesa imporre leggi. Un pericoloso relativista? Un facilone peronista? Credo si farebbe torto alla sua intelligenza e preparazione se si sottovalutasse che in questo una continuità di visione con Ratzinger invece esiste. La cosa può ovviamente dispiacere ai vescovi americani, per niente convinti che si possano accettare leggi imperfette. Quelli francesi intanto continuano a dormire, e viene il dubbio che il problema non sia il relativismo della dottrina. Il filo rosso di ambedue i Papi è dato dal primato della Grazia e, come conseguenza, dalla critica della teologia politica e dal comune programma di de-mondanizzare una chiesa troppo attratta dalla dialettica del potere. Come sintetizzava ancora Ratzinger in “Chiesa, ecumenismo e politica”: “In Roma, e generalmente in ogni polis terrena, la città consiste innanzitutto in una comunità di uomini che è una per la comunione di un determinato amore. Da questo amore essa si crea poi il suo dio. Dapprima esiste la civitas e poi essa si dà la propria religione”. Inverso è il percorso che genera la Città dei cristiani. Lì è Dio che convoca la sua civitas. “Dio precede”, come dice Bergoglio.
"Maurizio Crippa, vicedirettore, è nato a Milano un 27 febbraio di rondini e primavera. Era il 1961. E’ cresciuto a Monza, la sua Heimat, ma da più di vent’anni è un orgoglioso milanese metropolitano. Ha fatto il liceo classico e si è laureato in Storia del cinema, il suo primo amore. Poi ci sono gli amori di una vita: l’Inter, la montagna, Jannacci e Neil Young. Lavora nella redazione di Milano e si occupa un po’ di tutto: di politica, quando può di cultura, quando vuole di chiesa. E’ felice di avere due grandi Papi, Francesco e Benedetto. Non ha scritto libri (“perché scrivere brutti libri nuovi quando ci sono ancora tanti libri vecchi belli da leggere?”, gli ha insegnato Sandro Fusina). Insegue da tempo il sogno di saper usare i social media, ma poi grazie a Dio si ravvede.
E' responsabile della pagina settimanale del Foglio GranMilano, scrive ogni giorno Contro Mastro Ciliegia sulla prima pagina. Ha una moglie, Emilia, e due figli, Giovanni e Francesco, che non sono più bambini"
